19/11/2009

Ci fu un breve silenzio, come un respiro trattenuto. Poi qualcosa calò dall'alto, mi afferrò e mi scosse con violenza disumana. Uii-ii-ii-ii-ii, strideva quella cosa in un'aria crepitante di lampi azzurri, e a ogni lampo una scossa tremenda mi squassava, finché fui certa che le mie ossa si sarebbero spezzate e la linfa sarebbe schizzata fuori come da una pianta spaccata in due.
Sylvia Plath - La campana di vetro - cap. XII

Porta il nome del padre, quel padre che per mano la teneva, lei, bambina bizzarra, ha qualcosa che non va, questa bimba benedetta, maledetta.
Porta il nome del padre che con passo deciso la portava fino a quella soglia, non oltre. Oltre era sola. Le pareti, i camici bianchi, la puntura, il dolore indicibile dentro una scarica.
"Mi hanno fatto l'elettroshock, a me. Che maaaaleeee".
E, in fondo, lei bambina lo è rimasta, mastodontica, con quella vocina stridula e acuta, cantilenante, una voce che squarcia la solitudine delle orecchie ammutolite, che farebbe dondolare e incrinare le gocce dei lampadari di cristallo.
"Mi hanno fatto l'elettroshock, a me. Che maaaaleeee".
E i suoi occhi azzurri sono ancora sbarrati, gli indici delle mani posati sulle tempie dove io cerco le tracce le cicatrici i fori.
Quelle mani che lei ogni tanto si guarda, le studia, le confronta con le mie. Mani sghembe e sciupate, le dita consumate come moccoli di candele. Eppure quelle mani sanno maneggiare i ferri numero 8, sapienti si muovono insieme alla trama che sale e scende, si allunga e si distente. Un punto e un altro punto, uno dietro l'altro, regolari come respiri.
[...]
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categoria:scirocco, maestrale, il gomitolo del vento, vento in faccia
12/08/2009

Chi vuole il miele deve sopportare le punture delle api.
Detto arabo


Sono vendicativi i dromedari. Se non sono soddisfatti sessualmente o del cibo o del trattamento riservatogli aspettano la notte, sorprendono il loro padrone nel sonno e ci si siedono sopra. Lentamente lo uccidono, con tutto il peso del loro corpo.
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categoria:ghibli
09/08/2009

Se ci fosse un metodo vorrei che fosse il mio.
Afterhours - Bianca


essere non voglio
la tua più bella cosa mai successa
 - perché assegnare a me questo primato?
libera voglio essere
di correre,
lontano
e senza un traguardo.
di slanciarmi
senza fare centro nelle tue braccia.
di amare, in questo modo:
insofferente.
gettato al vento da: emistral alle ore 23:09 | Permalink | commenti
categoria:il gomitolo del vento
27/07/2009

Chiusa sono una catasta di fogli compatta, ho il labbro superiore incollato all'inferiore come una che da troppo tempo sta a bocca serrata, come una che non beve da ore.
Se con le dita sollevi il mio travestimento di cartone produco un suono impercettibile e tu provochi in me una specie di strappo, lo conoscono bene certi fumatori che per sbaglio hanno lasciato qualche secondo di troppo il filtro sulle labbra.
Se vuoi puoi prendermi tutta anche con una mano sola: il tuo pollice che tocca il mio dritto, le altre quattro dita posate sul mio rovescio.
Tu puoi giocare con i miei spigoli, con quelli capaci di sollevarsi per poi ricadere identici su se stessi  e con quelli all'apparenza più protetti che maggiormente subiscono ogni tuo maneggiarmi: si piegano, si spaccano, invecchiano.
Tu, dopo avermi conosciuta, puoi credere che io non sia altro che un ritaglio di donna fatto di carta ed inchiostro. Pensalo pure, dimmelo, con rabbia e disprezzo, non mi sminuirai. Ogni parola che compone il mio io mi dice in un modo perfetto e immutabile che a te manca da sempre.
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categoria:la performance del vento
23/07/2009

monade: elemento ultimo e indivisibile della realtà considerato come unità reale metafisica, inestesa e spirituale.
De Mauro - dizionario della lingua italiana


Non le succedeva da anni di addormentarsi, l'ultima volta era ancora una bambina e se ne stava tutta comoda sul sedile posteriore. Il corpo aveva ancora un volume ridotto, lei poteva comodamente allungarsi, chiudere gli occhi e sentirsi sdraiata sopra uno spazioso divano in movimento.
Ha dormito per quasi tutto il viaggio del ritorno, incurante degli altri passeggeri, persi in fondo come lei nei propri dispiaceri, pensieri, partenze, addii e arrivederci.
Sì è però svegliata giusto in tempo per vedere il cadavere sull'asfalto coperto da un lenzuolo bianco. Qui non piove e non ha piovuto, a notte fonda la strada è ancora una lastra porosa riarsa dal sole.
Questa polaroid scattata all'improvviso dal finestrino l'abbaglia, la scuote, la catapulta sul bordo di un campo da gioco.

Se davvero le pennellate rappresentano i nostri respiri, allora i suoi le riempiono i polmoni come un banco di pesci, sono virgole colorate su una pagina di mancate parole, sono culle o amache, contorni molli di nuvole.
Su questo fondale fatto di pause durante la lettura, ha incollato due figure stilizzate, un uomo e una donna, con due lampadine accese al posto della testa. Si tengono per mano, ma hanno braccia così lunghe e sproporzionate che il contatto fra le dita avviene in uno spazio lontano dai cuori.
Ha intinto i polpastrelli nel colore non asciutto delle pennellate e ha colorato  sbavando questa monade di carta: l'ha mimetizzata con lo sfondo, l'ha resa un tutt'uno indivisibile dai respiri e dai colori.
Poi a penna nera ha aggiunto qualche ombreggiatura perchè non si perdessero di vista, perché lei ama con le dita percorrere il profilo delle cose e delle persone.
gettato al vento da: emistral alle ore 22:36 | Permalink | commenti
categoria:il gomitolo del vento, furin
20/07/2009

Se ne sta, nuda, nell'angolo più acuto della stanza, rannicchiata, le ginocchia in bocca, la schiena aderente alla parete, non vuole lasciare neanche uno spiraglio fra sé e quello che é, non un solo accesso all'occhio vorace, lei, una ghirlanda di carne cadente dalla parete, che s'addensa sulle natiche.
Ha sparpagliato i vestiti nelle stanze. Ha aperto l'armadio e come spigolatrice curva sotto l'obesità del sole, con le braccia ha fatto degli abiti appesi un'unica fascina, i colli ricurvi delle grucce hanno cantato disperati.
Si è diretta verso la finestra aperta sulla strada, di sotto ha scaraventato ogni stoffa, cotone seta od organza, un cadere di coriandoli a carnevale.
Smetterò dunque di farmi vestire e svestire da te. Smetterai dunque di venire alla mia porta reggendo pacchi e pacchetti, minuscole bare in cui riponi e pieghi con precisione la mia vita. Smetterai dunque  di comprarmi queste filigrane aderenti per darmi un valore. Smetterai infine di guardarmi sfilare attraverso le stanze, il tuo occhio a trapassarmi, a dirmi banconota falsificata.
Bottone dopo bottone, gancetto su gancetto, tu m'hai sfilato le vertebre dal corpo.
Asola per asola, zip a scendere e a salire, m'hai spiccato dai bronchi i respiri, quasi fossero bacche mature nella voliera della vita.
Adesso che ho gettato via ogni tuo laccio nastrino fiocchetto non potrai più dirmi tua.


gettato al vento da: emistral alle ore 23:21 | Permalink | commenti
categoria:scirocco, vento in faccia, raffiche random
19/07/2009

Anima, andiamo. Non ti sgomentare
di tanto freddo, e non guardare il lago,
s'esso ti fa pensare ad una piaga
livida e brulicante. Sì, le nubi
gravano sopra i pini ad incupirli.
Ma noi ci porteremo ove l'intrico
dei rami è tanto folto, che la pioggia
non giunge a inumidire il suolo: lieve,
tamburellando sulla volta scura,
essa accompagnerà il nostro cammino.
Antonia Pozzi - Fuga


Svuotata, spossata come dopo il lavorio di un chirurgo. Una mano sapiente, una lama cosciente ha rimosso qualcosa dalle mie fibre. Svuotata, spossata è la gola. Svuotato è il cielo di nubi. É trapelata una distesa d'azzurro, l'intrico di cumuli dissolto da pioggia e vento. Mi lascio trasportare, mi lascio andare, le braccia a cadere, svitare-riavvitare al collo la testa, saggezza o fuga di lucertola. Preservati. Abbi cura di te. Mentre la parola dall'alto cade, mai arriverà a toccare il fondo. Parola da dare, non d'afferrare. Parola che chiama perché tu la raggiunga. Sei tu che devi muoverti verso, lei è una che non cede, che mai  fa il primo passo.
Parola che ad un'ora incerta ti balza sul petto e un riccio di mare ti posa accanto all'orecchio.
gettato al vento da: emistral alle ore 12:31 | Permalink | commenti
categoria:breva e tivan
13/07/2009

Tracklist

Uno: moltiplicarsi per sé stessi e risultare sempre e ancora sé stessi.
Divenire: Superare tutto e non arrivare mai.
Monday: mōnandæġ, i lunedì lunatici e l'incertezza dell'appuntamento del domani e non saranno mai abbastanza, esatte queste sole parole.
Andare: doveroso andare, senza rime amare.
Rose: quelle delle siepi, quelle che non colsi, profumano di morti e di santi, taglio il fiore mi tengo le spine. [misura la mia anima borchiata e livida]
Primavera: il mio aprile cadde a primavera.
Oltremare: cercare quello che sta al di là del mare.
L'origine nascosta: d'ogni dolore è l'infanzia.
In volo: e sono vento.
Ascolta: le mie sgrammaticature.
Ritornare: dopo giorni settimane mesi d'assenza. Ed ogni volta sorprendermi di quell'accoglienza.
Svanire: come solo io so fare.

gettato al vento da: emistral alle ore 22:29 | Permalink | commenti
categoria:echi musicali
12/07/2009

...Lascia dir le genti
sta come torre fermo che non crolla
giammai la cima per soffiar de' venti

Sono queste le parole, scritte in un rosso mattone sulla facciata di una casa, che le accolgono nel paese dei sentieri. Si sono lasciate alle spalle la città caotica, alla stazione hanno salutato il custode del viavai delle genti, lui rovescia la testa all'indietro, come cigno malato incurva il collo ridendo di piacere al suono dei passi di donna. Non sono donne se non fanno rumore gli dice, complice, la ragazza che come lui osserva e ama la vita che si muove.
Sono lì, all'inizio del giorno, la donna che non deve chiedere mai e la donna spericolata che si è guadagnata la libertà. La prima è un dangan ressha che vola sui sentieri di alta montagna, la seconda un carrettino a mano che impunta le ruote nei sassi e procede a scricchiolii. Sono bellissime nelle loro differenze, sono un'unica risata che allena i muscoli addominali. É un'ascesa verticale la loro, fatta di fermate per prendere fiato o per riempire il bosco di frullii di parole, non hanno nessuna fretta, in fondo. Ci sono profumi che lei riconosce, le diverse sfumature dell'infanzia, se ne riempie i polmoni. L'altra scopre che il maalox oggi non le serve.
Stanno coprendo una distanza, è una strada d'asfalto che si trasforma in mulattiera che da 402 m le deve portare a 725 m. E, poi, trovata la famosa fontana sulla destra della via, imboccano il percorso prescelto: il Sentiero de Lo spirito del Bosco che si snoda dal Primo Alpe al Terzo Alpe, è una salita meno complicata, un volo magico in un mondo incantato che le porterà alla loro vetta di 800 m, ad un nido di rondini, ad un brasato con polenta, ad una tovaglia a quadretti rossi e bianca, a Samuele che ha occhi così grandi sul suo visino così piccolo. Ancora non sanno se quel luogo esiste, la più affaticata delle due è la più dubbiosa eppure a suo modo si fida dell'altra che anche se non chiede annusa l'aria come bracconiere di Provenza e sa quello che fa. Il sentiero inizia con un tunnel di tronchi accatastati, le guida una gatta dalla coda di volpe, le accompagna fin dove ha marcato il territorio e un pochino oltre, quando sta superando il suo confine, la gatta da apri-pista si trasforma in chiudi-coda, finché rallenta sempre più il passo, finchè mette distanza fra le due donne dall'anima felina, finché svanisce. Non mi sono mai riconosciuta in Alice con un coniglio bianco, sai. Io sono come Coraline con un gatto che sa qual è il suo posto e per questo non ha bisogno di nomi.
Gli incontri sui sentieri di montagna hanno il suono nuovo dei Buongiorno, dei Salve, dei Ciao tra sconosciuti conosciuti che si riconosco liberi come le foglie sugli alberi. L'incontro più bello è quello col bambino inginocchiato davanti ad un tronco che ha la forma di un dio, muove le braccia nel gesto musulmano, indiano, indigeno, primitivo di un rito sciamanico, recita parole di preghiera, nell'incantesimo tutto umano della scoperta del divino. Proseguono oltre fino a raggiungere il labirinto di tronchi. Lei è corsa avanti sentendosi chiamare Joséphine, lei vuole arrampicarsi e dondolarsi, lei vuole mettere alla prova il suo equilibrio precario. S'improvvisa funambula che dopo due passi non sa più come fare per andare avanti, stendere le braccia in croce non basta a non cadere. Così, l'altra, più bassa, da terra raccoglie un bastone saldo che sembra inciso in aramaico e glielo tende: ha trovato il modo di prolungare il suo braccio, di traformalo in ramo. La funambola prende il ramo per mano e procede in linea retta senza più uno sbilanciamento, da terra l'altra procede in linea retta, con lo stesso passo. Ho scoperto, Li, di non avere equilibrio, ma se mi appoggio a te, se mi fido, trovo il mio equilibrio.
E ancora camminano superando il sole della terra, un tempio di tronchi, un mondo di sogni. Davvero esiste La rondine, davvero esiste il ristoro e un gioco che ha nome Samuele. Sedute, mangiano con le mani, l'una di fronte all'altra, prendendosi a vicenda il cibo dai piatti. E intanto lei trova il tempo di giocare. Gioca ad una caccia al tesoro nella sua borsa con questo giovane di quattro anni che ad un certo punto le dice: Tu sei salata. E lei ne sorride. É il complimento che vorrebbe sempre sentirsi dire. Se sono salata vuol dire che ho sapore e che metto sete. E no, non posso restare ancora un attimino, dobbiamo affrontare la roccia del ritorno, levigarne le ruvidità e gli spigoli. Ritorniamo, adesso, per il sentiero spaccasassi tenendoci per mano. Scendiamo colorate come i voli in parapendio. I piedi fanno male, ma non ce ne curiamo troppo, rimandiamo alla notte, a domani ogni preoccupazione del risveglio, assaporiamo solo il contatto fra le estremità delle nostre dita.
[ed io non ho paura di toccati: se ti tocco, tu non scompari]
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categoria:venti di alta quota, furin
09/07/2009

Coraline provò a disegnare la nebbia. Dopo dieci minuti il foglio bianco era ancora bianco, a parte N E B B I A scritto in un angolo, a lettere leggermente ondeggianti.
Neil Gaiman - Coraline

Ha sul tavolo davanti a sé  un foglio bianco, le sembra grande come un tatami.
Per i giapponesi il tatami è all'incirca lo spazio occupato da una persona sdraiata.
Lei con lo sguardo percorre questo lenzuolo bianco, non sa come risvoltarlo o stropicciarlo. É di un bianco abbagliante, contiene già tutto, ha il sapore acidulo del niente e la sta guardando.
Una voce leggera dice: "Il tema di oggi è l'aria. Qui sul tavolo trovate tutti gli strumenti a vostra disposizione, scegliete quello a voi più congeniale, quello che vi piace di più, quello che più vi attira. A volte lasciar decidere l'istinto è la cosa migliore, non stateci troppo a pensare. Con i colori, una matita, un pastello date una forma vostra all'aria".
Lei se ne sta lì, semplicemente paralizzata. Guarda il foglio bianco che la guarda. Guarda intorno gli altri che si muovono. Guarda il suo fabriano A3 e si dice: "Se lo lascio così immacolato, non è aria, è nebbia". Allora allunga le mani ai barattoli di tempera, li agita a tappo chiuso e poi spreme il colore su un piattino. Deve insistere un po', premere più forte le dita sulla plastica cilindrica, il colore esce a stento, con gorgoglii, a grumi o in scie di saliva. Spreme il bianco, spreme il blu, spreme il nero, spreme il giallo. Nient'altro. Prende un pennello nuovo di pacca, le setole morbide color avorio, le pizzica, le flette, ci gioca. Non sopporta l'idea di usare un pennello vecchio, che ha già colorato il mondo degli altri, che ha conosciuto mani e direzioni sconosciute. Vuole un pennello vergine per la sua prima volta.
Intinge la punta del pennello nel giallo e disegna una linea orizzontale tre dita circa sotto la metà del foglio: divide gli spazi, il sopra dal sotto, ma non riesce col poco colore catturato ad arrivare fino al bordo del foglio, deve prendere più colore, deve ripassare più volte la linea di quel basso orizzonte, deve aiutarsi con l'acqua, diluire, stemperare la tempera, lasciare che scorra e fluisca in linea orizzontale.
Si ferma.
Guarda a lungo il primo segno, sarà l'unico bagliore in un mondo di tinte fosche. Poi aggredisce il nero, il bianco, ottiene il grigio, colora d'azzurro, riempie lo spazio superiore del foglio con una fitta trama di nubi allungate fino allo sfinimento. Le sue pennellate sono linee orizzontali, sovrapposte, accostate, colora in orizzontale, reitera il movimento sinistra-destra, sinistra-destra, sinistra-destra, deve aggiungere colore, lei deve forzare le setole, piegare la punta fino a farla diventare anche lei orizzontale. Il pennello non è la penna con cui scrive, pensa. Oppone alle mie dita, ai miei sforzi e pensieri una certa resistenza. S'ostina. Non riesce davvero a muoverlo come vorrebbe. Prende coscienza dei suoi limiti. Guarda il bianco del sotto. Lo lascia intatto ancora per un po': è carta, è foglio, ma è già un colore. Sposta l'attenzione al lato sinistro del foglio, all'angolo, sarà lì che nascerà in piccoli cerchi, pennellate come deboli sorrisi, la forza dirompente di una tromba d'aria: percorre col nero, col grigio il foglio, in diagonale, ora.
Da uno spigolo si sprigiona una spirale d'aria: tetti e case divelti, macchine rosse turbinare nell'aria, foglie, carte, persone, sollevate nell'aria. Non li dipingerà, lei li vede dentro, inghiottiti nella tromba d'aria che s'ingrossa, che sta lì, dipinta, sbilancia il foglio ispessito di colore nella sua parte sinistra.
Intinge più volte il pennello nello sputo di tempera nera. Adesso può riempire la parte bassa del foglio. Disegna il profilo di un paesaggio collinare, una terra dolce e sospesa, è una striscia schiacciata dal cielo che incombe. É terra, nera nera nera, lucida e bagnata di pioggia.
Non posa ancora il pennello. Guarda il foglio riempito e si morde le labbra. Non è come volevo che fosse, si dice. Ritocca, allora, scegliendo un pennello dalla punta più fine. Ritocca l'uragano che s'alza e si muove. Sta per arrivare o se ne sta andando? Deve ancora passare o è già passato? Non sa rispondersi.
"Ricordate di firmare i vostri lavori" dice la voce di una non-insegnante. Lei lava bene il pennello, intinge la punta nel giallo, finisce con il colore con cui ha iniziato. Firma nell'angolino di destra. Le tre lettere del suo nome, gialle e sbavate, sulla terra nera.
Allontana il foglio, lo mette ad asciugare e si sente franare.
La tromba d'aria adesso è nella sua pancia.
A chi getta parole sul suo eccesso di colore non risponde.
"Com'è cupo!", "Mi chiedo che cosa tu abbia dentro per disegnare qualcosa di simile".
[L'apocallisse, ho dentro l'apocalisse. Un vento che mi scuote fino alle radici]
Sta pulendo il tavolo: si è accorta di averlo sporcato: il colore trasbordato ha disegnato un contorno sul legno come fosse una parete a cui han tolto un quadro che era lì da sempre.
Si guarda intorno: lei è l'unica a pulire, lei è la sola ad essere uscita fuori dal foglio.
gettato al vento da: emistral alle ore 22:07 | Permalink | commenti (3)
categoria:cumulonembo, correnti ascensionali