Ci fu un breve silenzio, come un respiro trattenuto. Poi qualcosa calò dall'alto, mi afferrò e mi scosse con violenza disumana. Uii-ii-ii-ii-ii, strideva quella cosa in un'aria crepitante di lampi azzurri, e a ogni lampo una scossa tremenda mi squassava, finché fui certa che le mie ossa si sarebbero spezzate e la linfa sarebbe schizzata fuori come da una pianta spaccata in due.
Sylvia Plath - La campana di vetro - cap. XII
Sylvia Plath - La campana di vetro - cap. XII
Porta il nome del padre, quel padre che per mano la teneva, lei, bambina bizzarra, ha qualcosa che non va, questa bimba benedetta, maledetta.
Porta il nome del padre che con passo deciso la portava fino a quella soglia, non oltre. Oltre era sola. Le pareti, i camici bianchi, la puntura, il dolore indicibile dentro una scarica.
"Mi hanno fatto l'elettroshock, a me. Che maaaaleeee".
E, in fondo, lei bambina lo è rimasta, mastodontica, con quella vocina stridula e acuta, cantilenante, una voce che squarcia la solitudine delle orecchie ammutolite, che farebbe dondolare e incrinare le gocce dei lampadari di cristallo.
"Mi hanno fatto l'elettroshock, a me. Che maaaaleeee".
E i suoi occhi azzurri sono ancora sbarrati, gli indici delle mani posati sulle tempie dove io cerco le tracce le cicatrici i fori.
Quelle mani che lei ogni tanto si guarda, le studia, le confronta con le mie. Mani sghembe e sciupate, le dita consumate come moccoli di candele. Eppure quelle mani sanno maneggiare i ferri numero 8, sapienti si muovono insieme alla trama che sale e scende, si allunga e si distente. Un punto e un altro punto, uno dietro l'altro, regolari come respiri.
[...]
Porta il nome del padre che con passo deciso la portava fino a quella soglia, non oltre. Oltre era sola. Le pareti, i camici bianchi, la puntura, il dolore indicibile dentro una scarica.
"Mi hanno fatto l'elettroshock, a me. Che maaaaleeee".
E, in fondo, lei bambina lo è rimasta, mastodontica, con quella vocina stridula e acuta, cantilenante, una voce che squarcia la solitudine delle orecchie ammutolite, che farebbe dondolare e incrinare le gocce dei lampadari di cristallo.
"Mi hanno fatto l'elettroshock, a me. Che maaaaleeee".
E i suoi occhi azzurri sono ancora sbarrati, gli indici delle mani posati sulle tempie dove io cerco le tracce le cicatrici i fori.
Quelle mani che lei ogni tanto si guarda, le studia, le confronta con le mie. Mani sghembe e sciupate, le dita consumate come moccoli di candele. Eppure quelle mani sanno maneggiare i ferri numero 8, sapienti si muovono insieme alla trama che sale e scende, si allunga e si distente. Un punto e un altro punto, uno dietro l'altro, regolari come respiri.
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gettato al vento da: emistral alle ore 19:22 | Permalink | commenti
categoria:scirocco, maestrale, il gomitolo del vento, vento in faccia
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